Come ti avevo preannunciato, in questo articolo intendo raccontarti l’evoluzione della Porta Palatina nel corso dei secoli, fino ad arrivare ai giorni nostri.

Innanzitutto, devi sapere che per lungo tempo la porta conserva la sua funzione di accesso alla città, pur subendo diverse modifiche strutturali. A un certo punto, però, la situazione sembra volgere al peggio.

Entriamo, dunque, nello specifico delle singole epoche storiche.


Nel periodo medievale

Un documento del 1047 attesta che a partire dal XI secolo la porta diventa un castrum, ovvero una fortezza di proprietà dei canonici del vicino Duomo.

Inoltre nel corso del Medioevo l’edificio cambia nome più volte: ad esempio viene indicato come Porta Doranica, per la prossimità del fiume Dora, mentre nel XIII secolo assume la denominazione di Porta Palacii che, come vi ho spiegato nell’articolo precedente, forse si può ricondurre alla vicinanza al Palatium dei duchi longobardi e dei conti franchi.

Durante l’età moderna

All’inizio del Quattrocento vengono aggiunti i merli a scopo difensivo; nel Cinquecento, invece, il cavedio risulta già distrutto, secondo quanto si apprende dalle fonti.

Successivamente tre dei quattro accessi vengono ostruiti da nuove costruzioni, ma la porta continua a svolgere la sua funzione di passaggio, pur da un solo fornice (quello più orientale) e nonostante l’apertura di altri due ingressi sul lato settentrionale della città tardo-medievale: uno secondario (postierla) allo sbocco dell’attuale via delle Orfane e quello sul nuovo asse nord-sud della città (odierna via San Francesco d’Assisi – Via Milano), detta Porta di San Michele.

Nel Settecento

Secondo quanto ci riporta l’architetto Carlo Promis, l’apertura superstite viene usata fino all’inizio del XVIII secolo.

Da questo momento in poi, a causa del rinnovamento urbanistico voluto da re Vittorio Amedeo II, la Porta Palatina perde completamente il suo ruolo e corre il rischio di essere demolita. Per fortuna l’ingegnere Antonio Bertola riesce a convincere il sovrano a salvarla.

Così, nel 1724 la porta e gli edifici che le si erano addossati vengono ceduti al Comune, che l’adibisce a carcere. In particolare, le torri vengono destinate ai detenuti, mentre l’interturrio è sopraelevato per creare gli alloggi per i custodi.

L’intervento di restauro di Carlo Promis

 

A metà Ottocento la struttura versa in una condizione talmente critica che nel 1872 Carlo Promis ottiene l’autorizzazione all’avvio del suo progetto di restauro dal comune.

Con il suo intervento:

  • le strutture adiacenti vengono demolite e l’edificio torna libero ai suoi lati;
  • il fabbricato dell’interturrio che aveva ospitato le carceri viene riallestito per uso scolastico;
  • le finestre delle celle vengono chiuse;
  • la merlatura a coda di rondine del periodo medioevale è sostituita da quella squadrata di stile romano.

Le intenzioni di Alfredo D’Andrade

Questo intervento di recupero prosegue nel 1906 con l’opera di un altro grande architetto e archeologo, Alfredo D’Andrade, che intende riportare alla luce le fondamenta della torre e del cavedio e liberare la struttura da tutte le costruzioni precedenti al periodo romano.

Purtroppo i lavori procedono a rilento, tanto da essere interrotti durante la Prima Guerra Mondiale, lasciando la torre di levante completamente sventrata.

Il primo dopoguerra

La riqualificazione dell’intera struttura, così come è visibile ai giorni nostri, avviene con il restauro del 1934, grazie a cui:

  • viene creato un piazzale dove sono poste le statue di Giulio Cesare e dell’imperatore Ottaviano, le semplici copie di originali romani, di cui avevo parlato nell’articolo precedente;
  • la torre di ponente viene ricostruita, ma senza la merlatura squadrata del Promis (ed ecco spiegato il motivo per cui solo una delle torri è provvista di merli);
  • vengono aperti tutti i fornici;
  • le torri vengono coperte da solette in cemento armato, in modo da essere salvaguardate dalle precipitazioni;
  • i resti del cortile interno vengono sopraelevati, per rendere più riconoscibile la struttura originaria a cavedio.

La Seconda Guerra Mondiale e il suo dopoguerra

Miracolosamente la Porta Palatina si salva dai bombardamenti, che invece danneggiano molto pesantemente tutta l’area circostante .

Pertanto, nel secondo dopoguerra si abbattono gli edifici non recuperabili e si restituisce alla vista il tratto di mura che oggi affianca la Porta e che fino ad allora era rimasto inglobato negli edifici di fianco.

Ai giorni nostri

Alla fine del Novecento si assiste a interventi mirati per la riqualificazione dell’intera area attorno alla porta:

  • negli anni ottanta via Porta Palatina diventa pedonale;
  • negli anni novanta la Soprintendenza elimina i parcheggi di fronte al Duomo, chiude al traffico piazza San Giovanni e procede con un restauro della porta di tipo conservativo (pulizia e consolidamento della struttura).

Il Parco Archeologico della Porta Palatina

 

Ultima tappa di questo lungo viaggio tra i secoli: siamo nel 2006, quando in occasione delle Olimpiadi invernali di Torino, viene completamente ridisegnata l’intera zona per istituire il Parco Archeologico della Porta Palatina, un’area verde corrispondente a Piazza Cesare Augusto che unisce Piazza San Giovanni con corso Regina Margherita.


Insomma, quella della Porta Palatina è una storia intensa, non trovi anche tu? Per fortuna, nonostante le varie traversie, possiamo ancora godere del fascino di parte della struttura originaria.

Ma tu non provi un pizzico di emozione, ogni volta che passi sotto alle sue arcate? E che cosa pensi della creazione del Parco Archeologico? Ti piace o si poteva valorizzare l’area in altro modo? Commenta l’articolo e fammi sapere le tue impressioni!

A proposito, questo post fa parte di una rubrica più ampia riguardante Torino romana. Che dici, allora, di iscriverti alla newsletter? Così sarai certo di non perderti nessun articolo.

La prossima volta ti parlerò delle altre porte d’ingresso di Iulia Augusta Taurinorum. Non mancare, mi raccomando!

Arrivederci alla prossima… cioè al prossimo post!