Home » Epoche » Preistoria » L’arte preistorica di Torino

Naturalmente “Arte preistorica di Torino” va tra virgolette perché Torino non esisteva nella preistoria.

Tuttavia, come in ogni buona storia, vorrei partire dall’inizio, ovvero dalle prime testimonianze di vita dell’uomo preistorico che visse proprio su quel territorio, dove molto tempo dopo sorgerà Torino.

I ritrovamenti del Neolitico

Diversamente dalle prime pagine dei manuali di storia dell’arte, non posso parlarti di pitture parietali, né tantomeno di incisioni rupestri, perché le testimonianze archeologiche sono veramente poche.

Tuttavia ti voglio mostrare alcuni oggetti di uso quotidiano, rinvenuti in borgata Sassi e risalenti all’epoca del Neolitico (circa 5700-3400 a.C.):


Una punta d’ascia in pietra verde, che veniva fissata su un manico di legno, creando uno strumento perfetto per abbattere le foreste, largamente diffuse in quel periodo, e per ottenere lo spazio necessario per le coltivazioni e i villaggi.

Un anellone in pietra verde, portato all’altezza del gomito, come una sorta di bracciale. Tuttavia non era solo un semplice monile, anzi era considerato un oggetto prezioso per la rarità del materiale e per la qualità della sua levigatura. Insomma, un chiaro segno di prestigio e distinzione sociale per chi lo indossava.


La storia di questi manufatti

Probabilmente questi oggetti facevano parte di una sepoltura andata perduta, ipotesi avvalorata dal ritrovamento di manufatti analoghi in alcune tombe della Francia del Nord.

E non è tutto! Utensili di tale fattura sono stati rinvenuti in tutta Europa, non solo in Francia.

Siamo quindi di fronte a un primo esempio di  artigianato locale, che rivestì un ruolo molto importante negli scambi commerciali con le popolazioni al di là delle Alpi.

Il successo di questi oggetti è racchiuso nella preziosità della pietra con cui vengono realizzati.

Infatti, durante il Neolitico alcuni villaggi del Piemonte si specializzarono nella lavorazione della pietra verde estratta dal Monviso.

Si trattava di una produzione di notevole qualità tecnica, che riuscì a diffondersi in tutta Europa, sfruttando le direttrici dei corsi d’acqua.

Bartolomeo Gastaldi

I primi studi su questi ritrovamenti furono compiuti dallo studioso Bartolomeo Gastaldi, che ne parlò ai colleghi dell’Accademia dei Lincei nel 1876, con una relazione intitolata “Frammenti di paleoetnologia italiana“.

Ecco le sue parole sull’ascia e l’anellone:

L’ascia è un lavoro molto finito; ha il taglio vivo e netto come se escisse ora dalle mani dell’artefice e presenta verso l’estremità opposta, che lievemente si incurva e si fa aguzza, una larga zona di superficie spolita e scabra onde dar presa ai legamenti che dovevano fissare lo stromento al manico. La pietra è una diorite a grana finissima (…)L’anellone è tagliato in una pietra di color verde chiaro con leggerissima tendenza all’azzurrognolo; la verga è appiattita, quasi tagliente sul margine esterno e di molto più ottusa sul margine interno. Sia che abbia servito di smaniglia, sia che appeso a catenella o legaccio servisse di ciondolo, quell’anello dovette essere un oggetto di ornamento di valore grandissimo.

La relazione di Gastaldi rappresenta uno dei primi segnali della nascita dell’archeologia preistorica a fine Ottocento.

Le pietre del fulmine

Nel corso dei secoli sono state trovate molte punte di asce neolitiche, senza però capirne l’uso effettivo.

Ad esempio, in epoca romana le pietre del Monviso vengono inglobate nelle fondamenta o nei tetti delle case, come se fossero amuleti capaci di proteggere da sventure, come i temuti fulmini.

Del resto, nella sua “Naturalis Historia” Plinio il Vecchio le considera il risultato di una folgore caduta sulla terra, tanto da soprannominarle pietre ceraunie (“keraunos” in greco significa fulmine).

Il legame con il fulmine prosegue nelle tradizioni popolari del Piemonte e del resto dell’Europa: ovunque vengano rinvenute sono sempre chiamate con nomi che significano “pietra del tuono” o “pietra del fulmine”.

Solo nel Settecento si inizia a capire che sono oggetti lavorati dall’uomo preistorico, fino ad arrivare alla relazione di Bartolomeo Gastaldi.


Ad ogni modo, anche senza questa origine mitica, le pietre del Monviso rimangono affascinanti, non trovate anche voi?

Siamo pur sempre di fronte a primitive forme di “eccellenze del territorio”, commercializzate all’estero. 😉

Ma ora, che dici di andare a vederli dal vivo? Li puoi trovare al Museo di Antichità di Torino.

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Arrivederci alla prossima… cioè al prossimo post, che tratterà dell’età del Ferro a Torino 😉