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Oggi analizzerò alcuni indizi per provare o meno l’esistenza dell’acquedotto di Iulia Augusta Taurinorum.


L’acqua ai tempi dei Romani

Per gli antichi Romani l’acqua è un bene fondamentale e uno dei compiti delle autorità è quello di garantire l’approvvigionamento idrico per tutti i cittadini.

Per assolvere a tale necessità, i Romani si servono di:

  • cisterne che raccolgono l’acqua piovana dalle grondaie dei tetti;
  • pozzi con cui attingere dai corsi d’acqua sotterranei;
  • acquedotti, costruzioni di grande perizia idraulica che prendono l’acqua anche da fiumi distanti dal centro urbano e la convogliano all’interno della città, dove viene distribuita tramite una rete di tubature sotterranee.

Il caso della Torino romana

Riguardo a Iulia Augusta Taurinorum -per almeno il suo primo secolo di vita- il rifornimento idrico è assicurato attraverso l’uso di pozzi, sfruttando la naturale abbondanza d’acqua del Po e della Dora.

Come prova, si possono considerare alcuni ritrovamenti risalenti all’inizio del Novecento, come per esempio il pozzo dell’isolato compreso tra via San Francesco d’Assisi, via Botero, via Monte di Pietà e via Barbaroux, oppure quello di una domus rinvenuta in via Bellezia nel 2008.

Successivamente è probabile che la città abbia costruito un acquedotto fuori le mura, parallelamente alla creazione della rete fognaria e alla lastricatura delle strade verso la fine del I secolo dopo Cristo.

Il funzionamento dell’acquedotto

L’acquedotto raccoglieva l’acqua dalla Dora Riparia e la conduceva dentro la città, nei pressi della Porta Pretoria.

All’interno di Iulia Augusta Taurinorum l’acqua veniva distribuita alle fontane e agli edifici pubblici, alle terme e alle case dei più ricchi, tramite un sistema di tubature sotterranee.

Invece il resto della città probabilmente ha continuato ad usare pozzi e cisterne per la raccolta dell’acqua piovana.


La Torino romana aveva o non aveva un acquedotto?

Attenzione! L’esistenza dell’acquedotto è un’ipotesi molto probabile, ma pur sempre un’ipotesi perché finora non è stata trovata alcuna prova di tipo archeologico.

La pianta di Giovanni Carracha

Esiste però una pianta del 1572, su disegno di Giovanni Carracha ed incisa su legno da Johann Krieger, che raffigura dettagliatamente la Torino tardomedievale, con l’accompagnamento di una legenda delle principali infrastrutture della città.

La cito perché tra le voci dell’elenco è indicato con la lettera “x” un acquedotto proprio fuori dalla Porta Segusina, ovvero la Porta Pretoria nella denominazione più antica.

Molti studiosi identificano questa struttura con l’antico acquedotto romano.

Tuttavia, confrontando altri dati documentari, è più verosimile che sia un’opera fatta costruire dal duca Emanuele Filiberto nel Cinquecento per suo uso personale.

Prove più concrete

Alla ricerca di prove che possano confermare l’esistenza dell’acquedotto, è più significativo parlare di alcuni ritrovamenti di tubature sotterranee (le cosiddette fistule romane):

  • sotto l’atrio di Palazzo Madama, in corrispondenza di una delle aperture della Porta Decumana (scoperta del 1882);
  • nell’area dei Giardini Reali.

Da queste testimonianze si può anche supporre che la rete idrica alimentata dall’acquedotto proseguisse fuori città, verso il Po.

D’altra parte è certo che la rete fognaria fosse molto articolata e ramificata, per cui è ragionevole pensare che lo fosse pure l’impianto di approvvigionamento dell’acqua.

Lo scavo in via Botero 3

Resta da analizzare un altro ritrovamento molto importante, ovvero quello del 2010 in via Botero 3, in una zona vicino al foro della città romana.

Alcuni blocchi di pietra impilati in senso verticale e usati fino a quel momento come grondaia si sono rivelati resti di un’antica condotta per la distribuzione dell’acqua.

Per maggiori dettagli, confronta l’articolo di Torino storia e l’approfondimento di Museo Torino.

Insomma, per ora non abbiamo testimonianze dirette dell’acquedotto, ma il rinvenimento di queste tubature ci fanno immaginare un’articolata rete sotterranea alimentata in qualche modo. E da che cosa, se non da un acquedotto?

Che fine ha fatto l’acquedotto?

Si può ipotizzarne l’uso per tutto il II secolo dopo Cristo.

Poi, a seguito della crisi della città tardo imperiale, si dev’essere prosciugato per mancanza di manutenzione.

Magari parte della struttura può essere sopravvissuto fino all’inizio del Settecento, quando si avviano i lavori per le nuove fortificazioni della città.

Il colpo finale può essere stato inferto dall’occupazione napoleonica, durante la quale vengono distrutte tutte le mura della città.


Il mio articolo termina così, ma naturalmente prosegue la ricerca archeologica.

Non mi spiacerebbe dover integrare questo post con i dati provenienti da una nuova scoperta più chiarificatrice.

Rimango quindi in attesa 😉

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